Ma la regina lo ha visto?

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Sono seria. Sono alla nona puntata, ne manca solo una e da questa mattina penso solo al momento in cui il marito con in mano il suo telefono attaccato a un chrome cast (attaccato? questo dovrebbe dare l’idea di quanto ne capisco io di oggettini tecnologici super fighi) cliccherà play.

E in queste dieci serate, guardando Londra, il palazzo, la corona, i vestiti, i capelli, le abitudini, la nebbia, il cielo, i cavalli, i mariti, le sorelle, i primi ministri, padri, madri, nonne, castelli scozzesi e troni mi sono chiesta in continuazione

“Ma la regina lo ha visto?”

E cosa ha pensato, se lo ha visto? E se non lo ha visto, perché non lo ha visto? A palazzo ce l’hanno Netflix? Se io fossi regina e uscisse una serie su di me la guarderei. Ma io non sono regina, anzi sono anche povera, middle class che George mi guarda dalla staccionata dell’asilo e addita me. Chissà se la regina la tv la guarda. #Ciaopovery.

The Crown è una di quelle serie che mi mancherà un casino. D’altronde sono orfana di Downton Abbey, mai il vuoto verrà colmato. The Crown nasce anche da lì, è ovvio. Sapevano di andare sul sicuro con noi orfani. Ma poteva venire male. Poteva venire noiosa. Invece è un piccolo gioiello che ti fa cliccare su wikipedia alla fine di ogni puntata, scoprendo pezzi di storia inglese non poi così noti. Non avrei mai pensato di piangere per Churchill, per esempio.

Quindi niente, se qualcuno ha contatti con Buckingham Palace e vuole rispondere alla mia domanda, io sono qui. Per tutto il resto

God Save The Queen

PS. L’altra domanda è, ma quando muore la regina cambiano l’inno quindi?

 

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E se non lo avessi scritto a 13 anni, darei la colpa a Robbie Williams

Ciao, mi chiamo Silvia e nella vita scrivo. Di musica, pare.

Mi consola solo il fatto di aver trovato un appunto su una scheda di orientamento di terza media con su scritto “da grande voglio intervistare i cantanti” perché se no il dubbio che tutto sia partito da qui mi verrebbe. E il qui è Robbie Williams che è apparso quando avevo 16 anni (quindi tre anni dopo la scritta, diamolo per certo).

Sono stati anni difficili, inutile dire di no. Anni in cui c’erano i Take That e avremmo fatto qualsiasi cosa per incontrarli. Ma che dico incontrarli. IncontrarLO. C’era solo lui. Nel walkman magari suonavano gli Oasis e tutto il fighettume brit pop. Ma il cuore era per canzoni che i One Direction in confronto son cantanti raffinati. Poi per fortuna (o sfortuna? chissà) lui ha mollato. E ha fatto il cantante solista. E le altre sedicenni si sono liberate. Ma noi noi. Siamo state destinate ad averlo attorno PER TUTTA LA VITA. Per fortuna non più conciate come allora. Ma insomma, è come quando incontri un ex fidanzato che hai amato tanto e che non ti ha mai fatto niente di male, probabilmente lo hai lasciato pure tu. Gli vorrai sempre bene. Passerai mesi senza mai pensarci, ma poi ti si parerà davanti e vivrai qualche istante di ricordi. A un suo concerto sarai sempre quella sedicenne là, per quelle tre ore. Con nostalgia e un sorriso. Sì, sarai sempre sempre felice di rivederlo. E riascoltarlo.

Bene. Oggi è il giorno in cui rivediamo e riascoltiamo Robbie. Pare sia il re del pop. Ma per te, per noi, sarà sempre e solo Robbie. Che ne sanno tutti gli altri.

Quindi. Ci sono gli articoli di giornale e i commenti tecnici. E poi ci sono i post sui blog di sedicenni cresciute che han deciso di segnare i commenti del primissimo ascolto.

Oggi esce The Heavy Entertainemt Show, il nuovo album di Mr Williams che giovedì prossimo sarà il super ospite di X Factor. E queste sono le canzoni che ci sono dentro. E sono belle canzoni. 

the heavy entertainment show: effetto rocky horror, effetto a san siro la saltiamo (nel senso di saltare hop hop) tutta.

party like a russian: effetto vodka, effetto ho voglia di ballare, effetto datemi un vestito bianco e una scala.

mixed signals: effetto al secondo ascolto forse diventa la mia preferita. Tanto anni 90. E in fondo da lì veniamo no?

love my life: ok no. questa è la mia preferita al primo. I am wonderful. I am beautiful. Ciao proprio, se serviva un inno a noi vecchie carampane che un tempo avevamo 16 anni ma ora non più, eccolo qui. Quasi piango.

motherfucker: l’ha dedicata a Charlie. Ci ha messo dentro una parolaccia. Ah. Ah. Anche questa a san siro darà abbastanza soddisfazione. You’re the one.

bruce lee: memorie di brit pop di cui sopra, pare.

sensitive: ciao sono robbie e sono super al passo coi tempi, che vi credevate? (balliamo)

david’s song: la chitarra quella che piace a me. la voce che piace  a me. la canzone triste (dedicata al manager che non c’è più). E abbiamo tutti qualcuno che non c’è più. Purtroppo.

pretty woman: sì, ci sta. Non in top preferite. Ma ci sta.

marry me: eh. ormai è fatta, rob. Dovevi chiedermelo prima.

hotel crazy: quella che dobbiamo fare vedere che si sperimenta sempre. E infatti c’è dentro pure Rufus Wainwright.

best intentions: comunque a ‘sto punto stavo pensando che è vero che non ha un genere unico che segue, ma cacchio, invece è proprio sempre lui. Diverso, ma lui. Un pensiero profondo direi. Questa mi piace un sacco, ecco.

sensational: vabbè dai, questa l’aveva praticamente già cantata.

when you know: che strumento è quello che suona lì sotto? Comunque questa mi fa effetto Labyrinth. Tra le scale di Escher.

time on earth: il video è su un’astronave. Tra stelle e cielo. E lui saltella su piccoli pianeti, da uno all’altro. E la Terra la guarda da lontano. E la prende in una mano. No? (e con lui saltellano i Pet Shop Boys, non ditemi di no)

i don’t want to hurt you: in duetto con John Grant. Nella deluxe edition. A chiusura dell’ascolto in anteprima. Fa un effetto epico in effetti. E chiude bene. Molto bene.

E niente, mentre ascoltavo mi han chiesto di scrivere un pezzo invece vero, per lunedì. E forse, in barba a tutto quello detto poco sopra, non sarà per lui che ho deciso di fare questo lavoro, ma forse è da quando vedo gente passare dietro alle transenne del Forum o dentro agli hotel cinque stelle, che sogno di scrivere di lui, per davvero.

E quindi, non resta che riascoltare. Sapendo che la prima che vorrò riascoltare non sarà più nell’ordine proposto, ma nell’ordine di preferenza. Chissà da che cosa ripartirò. Sono curiosa.

PS: la cover dell’album è qui.

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Che difficile, ottobre

Che difficile, ottobre.

La stanchezza è già tornata tutta. Forse anche di più. Non aiuta un coinquilino di 104 cm che da due mesi si presenta nel lettone. Non aiuta una coinquilina piena di pelo che da quattro mesi non sta bene e ogni tanto pure lei deve fare le notti in bianco. E io con lei.

Non aiuta il tempo. Il freddo non aiuta mai.

Non aiuta la mole di lavoro che, per quanto meraviglioserrimo, a volte fa fare le ore piccole. E io sto invecchiando, e non è un modo di dire, e così, spesso, la sera, sono talmente stanca che non riesco neanche a far funzionare il neurone del cervello che dovrebbe comandare alle gambe di muoversi, per portarmi in bagno, per prepararmi ad andare a dormire. Rimango lì, seduta in poltrona, a fissare il nero di uno schermo spento, in attesa che l’ultimo slancio di energia, mi accompagni al lettone.

Che difficile, ottobre.

Ma va bene così. La soluzione è anche a portata di mano.

Si chiama, si chiamerebbe, dormire. Di più.

(O pretendere di meno da sé. Anche. Il primo che scopre come si fa, lo dice all’altro, ok?)

 

PS: Info di servizio. Da qualche tempo, con il buon proposito di tornare a esserci di più, mi trovate anche qui.

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Quel che resta di un film: Era Glaciale 5 arriviamo

 

ICE AGE 5

Andare al cinema con i tuoi figli, quando esce un film che aspetti da mesi, è bellissimo.

Andare a Parigi, a scoprire tutti i retroscena di quel film ancora di più.

Questa è la storia di quando ho preso lei e lui per mano, li ho portati all’aeroporto, direzione Tour Eiffel, con Fox (grazie Fox).

Premessa dovuta: quando una casa cinematografica lancia un nuovo film, che è il quinto di una saga, si presuppone che tu abbia già visto gli altri quattro. Così non era, perché lui è, a casa nostra, è il minore con potere decisionale davanti allo schermo pari a una formica di fronte a un formichiere. Lei nel suo mondo di preteen anticipata, di animali non ne voleva sapere. Per fortuna in casa comando ancora io, ho messo su i quattro episodi ed è finita che li han voluti rivedere. Insomma, siamo arrivati a Parigi preparati.

Capitolo 1

L’attesa: il primo pomeriggio era solo per noi, le attività del film sarebbero partite dal giorno dopo. Vuoi non vedere Parigi? No, non vuoi.

Lei mal d’orecchio fulminante per decompressione decollo e atterraggio.

Lei mal d’orecchio fulminante per decompressione decollo e atterraggio.

Lui pisolino di tre ore.  Ciao.

Lui pisolino di tre ore.
Ciao.

 

Capitolo 2:

La scoperta: da sceneggiatrice di fumetti, nata e cresciuta a pane e animazione, inutile dire che un tour all’Art Luditique di Paris non potevo che amarlo. E quando ami qualcosa, mostrarlo a loro è la cosa più bella. Bozzetti, modellini, proiezioni, colori. Magari da grandi faranno i commercialisti (magari davvero, direi anche, visto come sto messa coi numeri), ma una spolverata di pennelli e immagini, tra i loro personaggi del cuore, non fa mai male.

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E poi la gioia delle gite, le loro prime. Dove anche solo avere una targhetta al collo ti fa sentire speciale. Ehi, ma conoscono i nostri nomi!!

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E lei, che starebbe davanti a uno schermo tutto il giorno, e anche di più. E lui, che fermo non ci sta mai. Se non per le cose belle e importanti.

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E io, che faccio foto a tutto. Perché ok, lo sai che funziona così, ma è pazzesco lo stesso. O no?

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E la voglia di riprendere in mano una matita. Che brava non lo sono diventata mai, ma non è che per amare qualcosa devi essere brava per forza.

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E Scrat. Che alla fine è il vero protagonista sempre. In tutti e cinque i film. E nel nostro viaggio a Paris.

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Appunto.

 

Capitolo 3:

Le parole: «Mamma ma a Parigi parlano italiano?» «Mamma ma perché a Parigi parlano così?». Lui ha quattro anni, ne aveva tre e tre quarti lì, alla fine all’estero c’era stato solo una volta. Questa cosa che negli altri paesi si parlino altre lingue non l’ha ancora convinto del tutto, nonostante i One Direction cantino in inglese perché sono inglesi. Il francese, comunque, lo ha accettato, tanto da farlo simpatizzare con altre famiglie presenti a suon di Tour e Bonjour. L’inglese diciamo che no, invece non era previsto. Motivo per cui, mentre il regista parlava, per spiegarci le scene in costruzione del bellissimo film, ha preferito lanciarsi sul palco, rotolarsi tra i gradini, fare un mini show a suon di «non capisco quello che dici, quindi basta». Non serve che vi dica che l’intervista al regista l’ho persa, preferendo accomodarmi gentilmente fuori dalla sala, a intrattenere un quattrenne poco educato. Annotare sotto “mi piace fare sempre bella figura”. Diciamo che quando si è addormentato sul pullman e mi son goduta il doppiaggio in diretta nelle varie lingue non mi sono disperata per la sua assenza, ecco. Non so cosa avrebbe fatto sentendo parlare russo. (Si ringrazia la nonna in viaggio con noi per la sua pazienza sul pullman, a controllare il pisolino). 

 

E in fondo lo capisco se non si è emozionato quanto me a vedere le facce dei doppiatori. #adoro

E in fondo lo capisco se non si è emozionato quanto me a vedere le facce dei doppiatori. #adoro

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Una sala buia, il mixer, un mega schermo su cui far scorrere le immagini, cuffie microfono e battute tra le mani. Un giorno vi racconterò di quella volta che ho lavorato con Pietro Ubaldi in sala doppiaggio. Oggi di quanto sentir doppiare in tutte le lingue sia stato una figata (per dirla in francese, visto che eravamo a Paris).

 

Capitolo 4:

La magia: del film, che fa divertire, ridere, piangere, sognare. Di Parigi anche. Che basta salire su una barca (no, non il Bateau Mouche pieno di turisti, ma una barca solo per noi, con la guida, i tavoli, il bar. E la pioggia fuori. Poi il sole. Poi di nuovo la pioggia. E le corse a piedi scalzi mentre la guida parla – e non sto parlando di me ovviamente). Da quella barca arriva la magia. Perché passare sotto la Tour Eiffel ha di nuovo quel senso di normalità per noi (che non è neanche vero, perché io la Tour la amo e la amerò sempre, guardandola con occhi a “oooooh”) e di straordinarietà per loro (che oggi, a distanza di mesi, è ancora la Tour al centro dei discorsi. Che allora, a portare il souvenir al papà, solo la Tour è tornata a casa).

A Parigi piove. Poi esce il sole. Poi piove di nuovo, ma c'è anche il sole. E alla sera arriva la neve. Ad aprile. Se non è magia questa.

A Parigi piove. Poi esce il sole. Poi piove di nuovo, ma c’è anche il sole. E alla sera arriva la neve.                                                                                                                    Ad aprile. Se non è magia questa.

I <3 la Tour

I <3 la Tour

 

Capitolo 5:

L’amicizia: questa storia è quasi finita. Grazie all’Era Glaciale e a Fox abbiamo portato a casa tanti ricordi, è vero. Ma soprattutto abbiamo portato a casa nuovi amici. Con cene in lingue miste, che valgono anche quelle dei bambini, dove non ci sono le parole, ma i giochi. Ognuno a modo suo, comunicando a gesti, che tanto per giocare non serve capirsi e e il linguaggio di amicizia diventa universale. Abbiamo conosciuto una famiglia speciale (che consiglio di conoscere anche a voi, visto quanto sono belli) e siamo tornati a casa con il sorriso. Guardando, ancora una volta, la Tour, che a quell’ora della sera era ormai tutta illuminata.

I pavimenti dei ristoranti sono spesso sottovalutati.

I pavimenti dei ristoranti sono spesso sottovalutati.

 

Capitolo Fine: 

E così. Grazie Fox che ci hai portato a Parigi. Non vediamo l’ora di andare al cinema. Non vediamo l’ora di ripartire.

"La meta non è un posto, ma quello che proviamo" cit.

“La meta non è un posto, ma quello che proviamo” cit.

 

L’Era Glaciale 5: in rotta di collisione esce nelle sale il 22 agosto. C’è Scrat che va nello spazio e, come al solito, cuori a lui, ne fa di ogni. C’è Sid che si innamora. E c’è un viaggio con tanti(ssimi) nuovi personaggi. La regia è di Mike Thurmeier e Galen T. Chu. La produzione è Blue Sky Studios, Twentieth Century Fox Animation. E in 3D è una vera FIGATA (sempre per continuare a parlare francese, ci tengo alle lingue, io).

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I commenti sulle mie note del telefono

Una volta all’anno c’è la mia mattinata preferita dell’anno. Non dico giornata perché, pur essendo un’anima semplice (quasi), so ancora mettere in ordine i valori veri e quindi dovrei parlare di quando arrivi al mare dopo un anno in città, o di quando è Natale, o di quando la scuola finisce, o di quando è domenica di primavera e stai di nuovo fuori tutto il giorno. E via così. Ridimensioniamo quindi il tutto, parliamo di lavoro e ricominciamo. Dicevo quindi: la mattinata più bella dell’anno c’è una volta all’anno. Ed è stata oggi. Ovvero di quando la Rai apre le porte e fa ascoltare in anteprima le canzoni di Sanremo, per scriverne per tempo.

Per tempo si intende che quando di giorno hai un nuovo lavoro che ormai nuovo più non è, nelle notti di gennaio sei in consegna con il pezzone che uscirà nella settimana di febbraio, in concomitanza col Festival (che di certo saprete è dal 9 al 13 febbraio). Quindi le cose serie arriveranno, ma vale la pena riportare i commenti sulle mie note del telefono, durante l’ascolto. Per dichiarare apertamente qui e solo qui i miei gusti al primo giro, di pancia e d’istinto (anche perché qualcuno, giuro, me l’ha chiesto. Di certo non credo volesse il fiume di parole, ma basta saltare e andare sotto). In quelle mie note ci sono anche le frasi serie, i virgolettati presi dalle canzoni, i commenti intelligenti (si fa per dire), ma soprattutto ci sono frasi brevi che hanno l’obiettivo di farmi capire, in poche righe, parole, sillabe, quel che ho pensato e provato, ascoltandole. Per memorizzare un po’ meglio l’effetto che han fatto. D’altronde in quel momento sembra tutto chiaro, ma poi ti trovi ad aver sentito venti canzoni una dietro l’altra e se ne devi parlare, è facilissimo mescolare e ricordarsi solo se è piaciuta o no: ma di che parlava?

Non staremo quindi qui a parlarne davvero. Ma i commenti da Silvia a Silvia, perché no?  E comunque il #TotoSanremo partirà dalla Riviera, qui non ha senso farlo, conta troppo l’esibizione dal vivo, su quel che vorrà il “popolo” ci penseremo poi.

Seguono quindi le mie note del telefono, nell’ordine dell’ascolto dei brani.

Patty Pravo – Cieli immensi. Da coro con la ola 8

Clementino – Quando sono lontano Una bella ballata (a volte mi spreco)  7 e mezzo

Dolcenera – Ora o mai più (le cose cambiano) Io le urla finali non le sopporto più, lei è brava, ma son limitata io (sì sì, ho scritto così proprio) 6

Alessio Bernabei – Noi siamo infinito. Ale, sorry, non sei Mengoni né Nek. Comunque la balleremo e canteremo un sacco. 7

Stadio – Un giorno mi dirai – Tenera ma anche no. (Ovvero “e mi dirai che un padre non deve piangere mai” o “un giorno ti dirò che ti volevo bene più di me e tu riderai tu riderai di me” è anche no per me, nonostante la dolcezza di una canzone da papà a figlia). 6-

Annalisa – Il diluvio universale – Aspetto nuovo ascolto sul palco perché a lei si vuole bene (ovvero pensavo podio prima di ascoltare, poi non l’ho pensato più. Ma la vorrei riascoltare) 6 e mezzo

Neffa – Sogni e nostalgia. Neffa è Neffa. (poi uno dice, i commenti acuti) 6 e mezzo

Valerio Scanu – Finalmente piove – Sarà scontro tra Fragola e Scanu (che altro dovevo scrivere? #pauraeh)

Noemi – La borsa di una donna – Sale ma non (“ma non” cosa, non è dato sapere. Ma io ho capito) 6

Zero Assoluto – Di me e di te – Muoveremo i piedi e faremo gli scemi  (che non è il verso della canzone) 5 e mezzo

Caccamo Iurato – Via da qui – Morandi e Cola, mi sembra una canzone Disney di quando Rapunzel è nella torre e vuole scappare, le doppie voci sono sempre bellissime (Qui la versione di me analfabeta, ecco la traduzione: Caccamo è sempre più bello, voglio bene anche a lui e loro potrebbero essere la vera sorpresa del festival) 8

Dear Jack – Mezzo Respiro – Per Sanremo va benissimo (e, neanche a dirlo, voglio bene anche a loro) 7

Bluvertigo – Semplicemente –  Che bello, Morgan  (altro commento davvero intelligente – ehm-. Comunque, non si legge tipo che Morgan è bello, ma si legge che bello che c’è Morgan che canta i Bluvertigo che suonano i Bluevertigo) 7/8

Lorenzo Fragola  -Infinite volte – L’hasthag è #piùviolini. E #teamFragola (ma questo già lo sapevamo tutti, no?) 9

Irene Fornaciari – Blu – ok (ho scritto ok). 6

Enrico Ruggeri – Il primo amore non si scorda mai – Ed è subito Sanremo anni 90. 7

Francesca Michielin – Nessun grado di separazione – #TEAMFRANCY (di quando speri di ascoltare una bella canzone, ci tieni proprio. E ascolti una bella canzone) 9

Rocco Hunt – Wake Up – Sveglia. Balliamo. (Rocchino spacca. Yò) 8

Arisa – Guardando il cielo – Che voce ragazzi. Ma come fa ad avere sempre quella giusta? (nelle note parlo anche a gente che non conosco, evidentemente) 9

Elio e le storie tese – Vincere l’odio – Geni. Punto. (abbiamo riso fino alle lacrime. Io almeno)

Fine. Ricordatevi sempre che ho un cuore di panna e voglio bene a un sacco di gente. Ma non a tutta. A volte tifo perché mi sono affezionata all’artista di turno per le interviste fatte – ovvero quel che dicono gli occhi – e il suo percorso anche se non mi piace la canzone o l’album davvero davverissimo, altre volte tifo perché ho in ballo qualcosa con l’artista di turno e quindi ci tengo particolarmente, altre ancora semplicemente perché mi piace la canzone, da ascoltatrice (e so essere anche distaccata, se voglio). Se mi piace la canzone e voglio bene a chi la canta è il top. Sono un’italiana media che guardava Sanremo da piccola. Sono una giornalista musicale che ci va per lavoro. Su, non raccontiamocela, è la settimana più bella dell’anno .

(Vale quanto detto sui valori della mattinata. Forse.)

 

 

 

 

 

 

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Vale l’ultima riga

La letterina che viene spedita

il colore sbavato su tutte le dita

desideri a incastro in un elenco infinito

oppure indecisi, con sguardo smarrito

Giorno per giorno si vive l’attesa

è la magia che resta sospesa

del periodo più bello per tutti i bambini

che preparan carote, latte e frollini

per Rudolph, le renne e Babbo Natale

e la loro merenda sul davanzale

«Quando arriva Natale, perché manca tanto?»

ripetono in coro, con tono mai stanco.

Dieci giorni poi cinque, poi alla fine uno

Ma Babbo, sia chiaro, non lo vede nessuno

«Rimarrò sveglio, lo aspetterò

e finalmente io lo vedrò»

Ne sono convinti, son determinati,

aspettano i loro regali sognati

Ma Babbo non viene da chi resta sveglio

«Spegni la luce è davvero meglio»

Non resta quindi che chiudere gli occhi

e addormentarsi sognando balocchi

E nel silenzio della Vigilia

pian piano si chiudono tutte le ciglia

che si riaprono all’alba, (volevi dormire?)

corrono i bimbi, han qualcosa da dire:

BUON NATALE!

(di cuore)

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© fotografia scattata meravigliosamente da Lela Porta (non amo pubblicare foto di Star and Lion ma alle persone brave bisogna fare pubblicità. Quindi la faccio. Ho un sacco di foto bellissime, questa non è la più bella, vi assicuro, ma è l’unica in cui ci sono anche io e negli auguri a voi volevo esserci. Ma vedeste le altre! Ah, se volete, Lela le fa anche a voi! Auguriiii)

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L’unico vampiro che accetto rimane il buon vecchio Edward

Un grazie non si nega mai a nessuno ma pare che sia scontato dirlo. La chiamano dimenticanza, non mi è venuto in mente, forse non era poi così importante dirlo. E invece.

I grazie sono importanti. Tanto per parlare sempre per luoghi comuni.

Succede che fin da piccola io sia sempre stata più brava ad ascoltare che a parlare. Ok ultimamente sto sfracassando di parole più o meno tutti, ma credo sia una mia fase e sono la prima ad esserne annoiata, ci terrei a precisarlo.

Invece a quei tempi potevo stare al telefono, su una panchina, di fronte al supermercato o sui gradini della scuola per ore e ore a sentire fiumi di parole e prodigarmi in preziosi consigli. Che magari così preziosi non erano, ma giuro che non ne ho mai dati a caso.

Poi sono diventata grande e ho imparato (#credici) ad allontanare i vampiri energetici. Dicesi vampiro energetico quello che ti prosciuga le tue (preziosissime) energie con racconti, sfoghi, lamentele, alla ricerca di risposte che in realtà ha già, ma vuole solo sentirsi un po’ meno solo, in po’ più capito, un po’ più ‘sto peggio di te quindi ascolta’. Che fosse vero non l’ho mai pensato e se mi avessero chiesto un paio di volte come stavo io, avrei anche avuto qualcosa da dire. Ma.

Succede che sono diventata ancora più grande e la parola è stata spesso sostituita dalle chat, vuoi che in fondo vedo anche molto meno le persone faccia a faccia, non per l’avvento della tecnologia, ci mancherebbe, semplicemente perché non ho più gradini, panchine o muretti del supermercato. Ho sicuramente caffè al mattino e concerti alla sera e una cena al mese di chiacchiere vere, ma insomma, viene più difficile instaurare monologhi. Con l’unica che prosciugo davvero, ma almeno è reciproco e quindi non ho sensi di colpa, riesco ancora a parlare a voce, tutto il resto è chat, tanto Whatsapp. Tolti i vampiri, dicevamo, pare io sia rimasta di indole una persona pressoché disponibile. Che se mi fai una domanda rispondo. E giuro che penso alla risposta. Che anche se non siamo amici ma mi chiedi qualcosa, anche di lavoro, a un certo punto prendo tempo e rispondo (ok, quest’estate al 7 di agosto ho pensato di poter non rispondere subito, che, pensa un po’, anche io ogni tanto vado in vacanza e se mi mandi una proposta, con un link da cliccare e ascoltare, magari penso di dovermi concentrare davvero prima di rispondere e magari non penso di farlo in spiaggia mentre ho le mani in un castello di sabbia di lui e i piedi che fanno il bagno con lei. E allora non ti rispondo all’istante. No, all’8 di agosto mi vien fatto notare che rispondere è buona educazione. Su una chat di Facebook. E manco siamo amici. Vabbè sto divagando. Ma ne avrei almeno altri cinque di esempi così, che io dico, ma CI CONOSCIAMO?). Eppure, nonostante l’arroganza diffusa, perché sì, di questo si parla (ciao, mi dai la mail della redazione visto che tu non puoi aiutarmi anche se ti sei prodigata nel rispondermi almeno tre volte? EH?), io continuo (okok, quando diventa ridicolo sparisco. Sì, maleducatamente). E se mi chiedi, rispondo. Sicura che la condivisione delle informazioni faccia bene a tutti (ringraziamo Justine per aver rinfrescato il concetto), sicura che il confronto a qualcosa porterà sempre, sicura che se magari non ci avevi ancora pensato tu (o io), viene più facile se te lo suggerisco io (o tu).

E va benissimo così, sia chiaro. È anche gratificante pensare che le persone, amici o non, si prendano la briga di chiedere proprio a me un parere, consiglio. Abbiamo tutti bisogno di sentirci importanti per qualcuno, e quando lo siamo davvero, fa bene (ho un ego che ama sentirsi coccolato, tra le altre cose, vi fosse sfuggito). Ma lo siamo davvero?

A volte no, a volte è solo un palese tentativo di semplificarsi la vita, tu che ci sei già passata, lo hai già provato, lo hai già pensato, dimmelo, così so cosa fare, se mi dai un contatto anche meglio. Mi verrebbe meglio se tra una domanda e l’altra ci fossero anche chiacchiere normali, il come stai di cui sopra, il “giuro non sono un vampiro”. Evidentemente è più facile dare per scontato e il grazie te lo dico un’altra volta. In fondo gli amici ci sono nel momento del bisogno, no? Ecco, NO, ricordiamoci che gli amici ci dovrebbero essere anche nei momenti di gioia. O di noia. O sempre insomma. Ma soprattutto quando quei consigli di cui sopra, quei momenti dedicati (perché ve lo giuro, sono dedicati, quando il tempo dai due figli a questa parte è così prezioso) vanno a buon fine. Facciamo così, non mi serve neanche il grazie. Ma almeno DITEMELO. Aggiornatemi su come è finita. Non fatemelo leggere su Facebook. Condividete anche il bello, mica solo le sòle.

A volte invece sì. E lo scopri sempre da Facebook. Ma il grazie lo trovi, su quella stessa chat. E allora, sarà solo questione dello stesso ego da coccolare di cui sopra (non credo), ma fa piacere. Ti dà la sensazione di aver dedicato tempo per qualcuno che hai davvero, anche se in minima parte, aiutato. O magari non è per niente merito tuo, ma ci sei stata, e questo basta. E quindi, questo post che forse tanto senso non ha, se non di sfogo (ma l’ho detto subito che sono in una fase in cui mi annoio da sola di me stessa), finisce con un grazie. E un in bocca al lupo. Perché cacchio, è così facile dirlo.

Grazie, Lu. In bocca al lupo. http://www.ceraunavodka.it/chiusa-una-porta-ci-trovo-dietro-un-nuovo-lavoro/

A tornare indietro si fa sempre in tempo. A buttarsi e provarci, no.

 

PS. E ora, a parte gli scherzi, se avete bisogno son qui :)

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Inside Out mi è piaciuto medio (e ho quasi paura a dirlo)

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Grazie per aver dato un volto alle emozioni. Grazie per averle rese chiare. Anche perché sto lavorando proprio su quello, perché se non voglio ridurmi ad avere una cinquenne che in alcuni momenti diventa ingestibile perché quelle emozioni di cui sopra non le sa  riconoscere quindi figuriamoci gestire, su quello devo lavorare. Eppure. 

Mi sono annoiata. Sì, lo giuro. Gag carine, ma la storia. La storia dopo un po’ diventa ‘ma quando finisce?’. E non l’ho pensato solo io. Lei a un certo punto pensava alla cena che l’aspettava a casa. Lui voleva proprio andarsene, a casa. Ma lui è troppo piccolo per questo film. Errore mio. (Tre anni. Sì ai Minions, qui siamo su un altro livello, il che è un bene. Ma meglio dai cinque in su.)
I personaggi: Tristezza è perfetta. Ma Gioia no. Non solo esteticamente, che abbiamo anche il pupazzo del Carrefour con 12 punti subito raccolti (e elemosinati) dagli altri clienti alle casse, ma non è bellissimissimo (secondo me). Anche caratterialmente. Dopo un po’ più che Gioia, Noia.
Gli altri? Gli altri ci sono, ma avrebbero potuto esserci di più. E ho capito benissimo dove avete pianto. Eppure io no. Sì, ‘na lacrimuccia, ma non i singhiozzi di cui sto leggendo. E allora forse son senza cuore io e non è un problema del film.
Non so se è perché quando si urla al capolavoro forse arrivo con troppe aspettative che rovinano l’effetto wow. Non so se perchè semplicemente non è così bello come dicono.
Tornerei a vederlo? Sì subito, ci mancherebbe. Pixar I love and I always will.Però il pensiero di aver speso invece di essere andata alla prima che ho saltato, l’ho fatto. E non è mai bene pensare ai soldi. Ok, io penso spesso ai soldi, anche questo dovrei considerarlo.
Quindi. Rimane l’opera di geGNI che han messo in scena il “dentro la testa” con tanta poesia, colore e chiarezza per i bimbi in sala. Rimane l’opera di GEGNI che si sono ricordati anche del subconscio e han mostrato come il cervello di un bebè non sia quello di una dodicenne, chissà il nostro. Han mostrato le emozioni. Ed è tanto.
Ma Inside Out mi è piaciuto mEdio, con la E aperta, come dice lei. Lo dico anche io (sì sì, ho paura di dirlo).
E ieri sera, post visione, quando è arrivata la rabbia (oh, perché ne arriva un sacco in questo periodo), ci siam trovati comunque a urlare nella scatola (Che rabbia! Babalibri). Perché ora sappiamo che faccia ha, ma per affrontarla usiamo i vecchi metodi.
E se c’è Gioia, comunque, cantiamo ancora Let it go.
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Te la ricordi la scuola elementare?

I vasetti, che ci mettevamo il cotone e nascevano piante.

Il cortile, che ci facevamo la zuppa coi vermi.

Il pullman, che c’era un ragazzo che ci portava a scuola. Anche se era a dieci minuti a piedi da casa, ma in mezzo c’era il vialone.

Le scale, su e giù, giù e su. E i bagni in fondo, dove ci guardavamo le mutande.

L’intervallo, che lo dovevamo fare in classe, perché eravamo l’unica classe a fare il tempo normale, ma in giardino ci andavano quelli del tempo pieno. (eh?)

Il sussidiario, che aveva un odore buonissimo .

I mini pony, che c’era sempre (e ci sarà sempre) qualcuno ad averne di più.

L’esame di quinta, che a sbagliare l’ultima riga dell’operazione si inizia da piccoli.

La recita di carnevale, che “Buon giorno Arlecchino, qual buon vento? Vento di bufera, caro Pulcinella”.

Le amiche, che sembra incredibile, ma alcune sono ancora qui.

I quaderni, con la descrizione di una torta che poteva durare due pagine.

La maestra, con il suo grembiule arancione, i capelli bianchi, l’aria severa. E tanta tanta voglia di insegnarci bene.

Buon inizio, domani. Non hai ancora sei anni, ma entro fine dicembre ti prometto li avrai. Goditi l’emozione «Sono emozionata per domani», goditi l’inizio. Non so se te lo ricorderai, io non me lo ricordo. Ma mi ricordo il grembiule. Il tuo è blu, l’ho riempito di stelle, indossalo e vai. E quel che sarà sarà. (Certo certo, sperando che ci siano brave maestre -sto consumando lo spazio dell’esprimi un desiderio da qui al 2020-, bei compagni, nuove amicizie, divertimento e voglia di imparare e bla bla bla. Il meglio lo speriamo tutti, se no che genitori saremmo. Ma tu vivi, non badare a noi. Andrà bene.)

PS: si ringrazia DI CUORE la scuola senza zaino – che speriamo sia buona davvero e di nuovo bla bla bla- per avermi evitato l’etichettamento di tutte le matite e materiale scolastico, l’acquisto di astuccio e zaino e probabilmente altre svariate amenità che la scuola normale propone e che una madre poco organizzata come la sottoscritta avrebbe vissuto con enorme stress. Appurato che la scuola ha un metodo adatto a me, ora non resta che vedere se è un metodo adatto anche a te).

Buona scuola

 

 

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Settembre, andiamo

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E dove andiamo? (nelle risposte non sono previsti torpiloqui, grazie)

Andiamo a diventare grandi. Tu alla materna, tu alla scuola elementare. Tu con uno zaino in spalla, con un ciuccio, un pupazzo e ai piedi un paio di scarpe da basket perché sei un campione, Tu senza lo zaino, con un grembiule e ai piedi qualcosa con le paillettes, perché i dettagli sono importanti (e magari il primo giorno, con ali e corona, non è il caso)

Andiamo al lavoro. In un nuovo ufficio. Perché la nuova vita è ormai iniziata da qualche mese, ma c’era in ballo anche un trasloco. E lunedì è ora di farlo. (Di me e di quanto amo i cambiamenti, orsù).

Andiamo a far buoni propositi. Perché è settembre. Ci sono quelli che non li fanno mai, quelli che li fanno a gennaio, e tanti di noi che li fanno a settembre. Ecché io no? Il più grande si chiama ordine. Dentro, fuori, di fianco. Dove volete. Credo sia l’unica cosa che mi serva, per ora. Ordine, permettendomi di fare disordine. E tutto potrebbe diventare più facile. (Avere mille buoni propositi, di cui il più importante poco chiaro, mi sembra un buon punto di partenza per vivere un nuovo anno più incasinata del solito. Daje)

Andiamo a ricordare. Perché ok pensare al futuro, ma anche non perdere il passato male non fa. E qui si parla di persone da portar sempre con sé, ne abbiamo tutti, no?

Andiamo a darci pace. Tanto la vita perfetta, con tutto al posto giusto, c’è solo nei nostri desideri. ‘Sta rincorsa a non si sa bene cosa non porta a nulla. Avere nuovi sogni e desideri fa sempre bene, ma continuare a pensare a “E se”, su scelte già prese, ha rotto. Ormai è fatta, continuiamo, tranquillizziamoci, cerchiamo di vivere al meglio quello che abbiamo, perchè diomio, lo abbiamo. E non serve neanche guardare la cronaca per capirlo davvero. Tanto non potremo mai avere tutto e quel che abbiamo (ok ok nella maggior parte dei casi non generalizziamo bla bla), VE LO GIURO, è abbastanza forse di più. Tanto vale.

Andiamo a sorridere. Basta ‘sti musi. Dei sogni di cui sopra, coltiviamoli e sorridiamo. Perché ormai abbiamo capito che a un certo punto si realizzano. E se fosse tutto e subito non sarebbe neanche così bello. Ecco, quest’ultima parte andiamo a insegnarla anche a quelli bassi di casa, già che siamo qui.

Andiamo a scrivere. Tanto. Di nuovo. Sempre. Per noi, per loro, guarda in su guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu. E se scrivi per lavoro tutto il giorno, non è detto che non ci siano altre parole da scrivere, dopo. Ritrovale. Ritroviamole.

Andiamo a dire andiamo. Perché fermi non sappiamo stare. E alla fine va bene così.

Il mio settembre è bello chiaro. Ottobre quasi un po’. E se tengo un po’ di quel che ho capito ad agosto, fan già tre mesi su 12. Siam già a buon punto. Del fatto che io parli al plurale non me ne preoccuperò.

Quindi buon anno. Love is the answer, tanto per continuar di luoghi comuni. Ma è la vera verità.

PS. Ah. Andiamo anche a dormire. Che il riposo è davvero troppo sottovalutato.

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