Quel che resta di un film: Era Glaciale 5 arriviamo

 

ICE AGE 5

Andare al cinema con i tuoi figli, quando esce un film che aspetti da mesi, è bellissimo.

Andare a Parigi, a scoprire tutti i retroscena di quel film ancora di più.

Questa è la storia di quando ho preso lei e lui per mano, li ho portati all’aeroporto, direzione Tour Eiffel, con Fox (grazie Fox).

Premessa dovuta: quando una casa cinematografica lancia un nuovo film, che è il quinto di una saga, si presuppone che tu abbia già visto gli altri quattro. Così non era, perché lui è, a casa nostra, è il minore con potere decisionale davanti allo schermo pari a una formica di fronte a un formichiere. Lei nel suo mondo di preteen anticipata, di animali non ne voleva sapere. Per fortuna in casa comando ancora io, ho messo su i quattro episodi ed è finita che li han voluti rivedere. Insomma, siamo arrivati a Parigi preparati.

Capitolo 1

L’attesa: il primo pomeriggio era solo per noi, le attività del film sarebbero partite dal giorno dopo. Vuoi non vedere Parigi? No, non vuoi.

Lei mal d’orecchio fulminante per decompressione decollo e atterraggio.

Lei mal d’orecchio fulminante per decompressione decollo e atterraggio.

Lui pisolino di tre ore.  Ciao.

Lui pisolino di tre ore.
Ciao.

 

Capitolo 2:

La scoperta: da sceneggiatrice di fumetti, nata e cresciuta a pane e animazione, inutile dire che un tour all’Art Luditique di Paris non potevo che amarlo. E quando ami qualcosa, mostrarlo a loro è la cosa più bella. Bozzetti, modellini, proiezioni, colori. Magari da grandi faranno i commercialisti (magari davvero, direi anche, visto come sto messa coi numeri), ma una spolverata di pennelli e immagini, tra i loro personaggi del cuore, non fa mai male.

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E poi la gioia delle gite, le loro prime. Dove anche solo avere una targhetta al collo ti fa sentire speciale. Ehi, ma conoscono i nostri nomi!!

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E lei, che starebbe davanti a uno schermo tutto il giorno, e anche di più. E lui, che fermo non ci sta mai. Se non per le cose belle e importanti.

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E io, che faccio foto a tutto. Perché ok, lo sai che funziona così, ma è pazzesco lo stesso. O no?

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E la voglia di riprendere in mano una matita. Che brava non lo sono diventata mai, ma non è che per amare qualcosa devi essere brava per forza.

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E Scrat. Che alla fine è il vero protagonista sempre. In tutti e cinque i film. E nel nostro viaggio a Paris.

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Appunto.

 

Capitolo 3:

Le parole: «Mamma ma a Parigi parlano italiano?» «Mamma ma perché a Parigi parlano così?». Lui ha quattro anni, ne aveva tre e tre quarti lì, alla fine all’estero c’era stato solo una volta. Questa cosa che negli altri paesi si parlino altre lingue non l’ha ancora convinto del tutto, nonostante i One Direction cantino in inglese perché sono inglesi. Il francese, comunque, lo ha accettato, tanto da farlo simpatizzare con altre famiglie presenti a suon di Tour e Bonjour. L’inglese diciamo che no, invece non era previsto. Motivo per cui, mentre il regista parlava, per spiegarci le scene in costruzione del bellissimo film, ha preferito lanciarsi sul palco, rotolarsi tra i gradini, fare un mini show a suon di «non capisco quello che dici, quindi basta». Non serve che vi dica che l’intervista al regista l’ho persa, preferendo accomodarmi gentilmente fuori dalla sala, a intrattenere un quattrenne poco educato. Annotare sotto “mi piace fare sempre bella figura”. Diciamo che quando si è addormentato sul pullman e mi son goduta il doppiaggio in diretta nelle varie lingue non mi sono disperata per la sua assenza, ecco. Non so cosa avrebbe fatto sentendo parlare russo. (Si ringrazia la nonna in viaggio con noi per la sua pazienza sul pullman, a controllare il pisolino). 

 

E in fondo lo capisco se non si è emozionato quanto me a vedere le facce dei doppiatori. #adoro

E in fondo lo capisco se non si è emozionato quanto me a vedere le facce dei doppiatori. #adoro

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Una sala buia, il mixer, un mega schermo su cui far scorrere le immagini, cuffie microfono e battute tra le mani. Un giorno vi racconterò di quella volta che ho lavorato con Pietro Ubaldi in sala doppiaggio. Oggi di quanto sentir doppiare in tutte le lingue sia stato una figata (per dirla in francese, visto che eravamo a Paris).

 

Capitolo 4:

La magia: del film, che fa divertire, ridere, piangere, sognare. Di Parigi anche. Che basta salire su una barca (no, non il Bateau Mouche pieno di turisti, ma una barca solo per noi, con la guida, i tavoli, il bar. E la pioggia fuori. Poi il sole. Poi di nuovo la pioggia. E le corse a piedi scalzi mentre la guida parla – e non sto parlando di me ovviamente). Da quella barca arriva la magia. Perché passare sotto la Tour Eiffel ha di nuovo quel senso di normalità per noi (che non è neanche vero, perché io la Tour la amo e la amerò sempre, guardandola con occhi a “oooooh”) e di straordinarietà per loro (che oggi, a distanza di mesi, è ancora la Tour al centro dei discorsi. Che allora, a portare il souvenir al papà, solo la Tour è tornata a casa).

A Parigi piove. Poi esce il sole. Poi piove di nuovo, ma c'è anche il sole. E alla sera arriva la neve. Ad aprile. Se non è magia questa.

A Parigi piove. Poi esce il sole. Poi piove di nuovo, ma c’è anche il sole. E alla sera arriva la neve.                                                                                                                    Ad aprile. Se non è magia questa.

I <3 la Tour

I <3 la Tour

 

Capitolo 5:

L’amicizia: questa storia è quasi finita. Grazie all’Era Glaciale e a Fox abbiamo portato a casa tanti ricordi, è vero. Ma soprattutto abbiamo portato a casa nuovi amici. Con cene in lingue miste, che valgono anche quelle dei bambini, dove non ci sono le parole, ma i giochi. Ognuno a modo suo, comunicando a gesti, che tanto per giocare non serve capirsi e e il linguaggio di amicizia diventa universale. Abbiamo conosciuto una famiglia speciale (che consiglio di conoscere anche a voi, visto quanto sono belli) e siamo tornati a casa con il sorriso. Guardando, ancora una volta, la Tour, che a quell’ora della sera era ormai tutta illuminata.

I pavimenti dei ristoranti sono spesso sottovalutati.

I pavimenti dei ristoranti sono spesso sottovalutati.

 

Capitolo Fine: 

E così. Grazie Fox che ci hai portato a Parigi. Non vediamo l’ora di andare al cinema. Non vediamo l’ora di ripartire.

"La meta non è un posto, ma quello che proviamo" cit.

“La meta non è un posto, ma quello che proviamo” cit.

 

L’Era Glaciale 5: in rotta di collisione esce nelle sale il 22 agosto. C’è Scrat che va nello spazio e, come al solito, cuori a lui, ne fa di ogni. C’è Sid che si innamora. E c’è un viaggio con tanti(ssimi) nuovi personaggi. La regia è di Mike Thurmeier e Galen T. Chu. La produzione è Blue Sky Studios, Twentieth Century Fox Animation. E in 3D è una vera FIGATA (sempre per continuare a parlare francese, ci tengo alle lingue, io).

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I commenti sulle mie note del telefono

Una volta all’anno c’è la mia mattinata preferita dell’anno. Non dico giornata perché, pur essendo un’anima semplice (quasi), so ancora mettere in ordine i valori veri e quindi dovrei parlare di quando arrivi al mare dopo un anno in città, o di quando è Natale, o di quando la scuola finisce, o di quando è domenica di primavera e stai di nuovo fuori tutto il giorno. E via così. Ridimensioniamo quindi il tutto, parliamo di lavoro e ricominciamo. Dicevo quindi: la mattinata più bella dell’anno c’è una volta all’anno. Ed è stata oggi. Ovvero di quando la Rai apre le porte e fa ascoltare in anteprima le canzoni di Sanremo, per scriverne per tempo.

Per tempo si intende che quando di giorno hai un nuovo lavoro che ormai nuovo più non è, nelle notti di gennaio sei in consegna con il pezzone che uscirà nella settimana di febbraio, in concomitanza col Festival (che di certo saprete è dal 9 al 13 febbraio). Quindi le cose serie arriveranno, ma vale la pena riportare i commenti sulle mie note del telefono, durante l’ascolto. Per dichiarare apertamente qui e solo qui i miei gusti al primo giro, di pancia e d’istinto (anche perché qualcuno, giuro, me l’ha chiesto. Di certo non credo volesse il fiume di parole, ma basta saltare e andare sotto). In quelle mie note ci sono anche le frasi serie, i virgolettati presi dalle canzoni, i commenti intelligenti (si fa per dire), ma soprattutto ci sono frasi brevi che hanno l’obiettivo di farmi capire, in poche righe, parole, sillabe, quel che ho pensato e provato, ascoltandole. Per memorizzare un po’ meglio l’effetto che han fatto. D’altronde in quel momento sembra tutto chiaro, ma poi ti trovi ad aver sentito venti canzoni una dietro l’altra e se ne devi parlare, è facilissimo mescolare e ricordarsi solo se è piaciuta o no: ma di che parlava?

Non staremo quindi qui a parlarne davvero. Ma i commenti da Silvia a Silvia, perché no?  E comunque il #TotoSanremo partirà dalla Riviera, qui non ha senso farlo, conta troppo l’esibizione dal vivo, su quel che vorrà il “popolo” ci penseremo poi.

Seguono quindi le mie note del telefono, nell’ordine dell’ascolto dei brani.

Patty Pravo – Cieli immensi. Da coro con la ola 8

Clementino – Quando sono lontano Una bella ballata (a volte mi spreco)  7 e mezzo

Dolcenera – Ora o mai più (le cose cambiano) Io le urla finali non le sopporto più, lei è brava, ma son limitata io (sì sì, ho scritto così proprio) 6

Alessio Bernabei – Noi siamo infinito. Ale, sorry, non sei Mengoni né Nek. Comunque la balleremo e canteremo un sacco. 7

Stadio – Un giorno mi dirai – Tenera ma anche no. (Ovvero “e mi dirai che un padre non deve piangere mai” o “un giorno ti dirò che ti volevo bene più di me e tu riderai tu riderai di me” è anche no per me, nonostante la dolcezza di una canzone da papà a figlia). 6-

Annalisa – Il diluvio universale – Aspetto nuovo ascolto sul palco perché a lei si vuole bene (ovvero pensavo podio prima di ascoltare, poi non l’ho pensato più. Ma la vorrei riascoltare) 6 e mezzo

Neffa – Sogni e nostalgia. Neffa è Neffa. (poi uno dice, i commenti acuti) 6 e mezzo

Valerio Scanu – Finalmente piove – Sarà scontro tra Fragola e Scanu (che altro dovevo scrivere? #pauraeh)

Noemi – La borsa di una donna – Sale ma non (“ma non” cosa, non è dato sapere. Ma io ho capito) 6

Zero Assoluto – Di me e di te – Muoveremo i piedi e faremo gli scemi  (che non è il verso della canzone) 5 e mezzo

Caccamo Iurato – Via da qui – Morandi e Cola, mi sembra una canzone Disney di quando Rapunzel è nella torre e vuole scappare, le doppie voci sono sempre bellissime (Qui la versione di me analfabeta, ecco la traduzione: Caccamo è sempre più bello, voglio bene anche a lui e loro potrebbero essere la vera sorpresa del festival) 8

Dear Jack – Mezzo Respiro – Per Sanremo va benissimo (e, neanche a dirlo, voglio bene anche a loro) 7

Bluvertigo – Semplicemente –  Che bello, Morgan  (altro commento davvero intelligente – ehm-. Comunque, non si legge tipo che Morgan è bello, ma si legge che bello che c’è Morgan che canta i Bluvertigo che suonano i Bluevertigo) 7/8

Lorenzo Fragola  -Infinite volte – L’hasthag è #piùviolini. E #teamFragola (ma questo già lo sapevamo tutti, no?) 9

Irene Fornaciari – Blu – ok (ho scritto ok). 6

Enrico Ruggeri – Il primo amore non si scorda mai – Ed è subito Sanremo anni 90. 7

Francesca Michielin – Nessun grado di separazione – #TEAMFRANCY (di quando speri di ascoltare una bella canzone, ci tieni proprio. E ascolti una bella canzone) 9

Rocco Hunt – Wake Up – Sveglia. Balliamo. (Rocchino spacca. Yò) 8

Arisa – Guardando il cielo – Che voce ragazzi. Ma come fa ad avere sempre quella giusta? (nelle note parlo anche a gente che non conosco, evidentemente) 9

Elio e le storie tese – Vincere l’odio – Geni. Punto. (abbiamo riso fino alle lacrime. Io almeno)

Fine. Ricordatevi sempre che ho un cuore di panna e voglio bene a un sacco di gente. Ma non a tutta. A volte tifo perché mi sono affezionata all’artista di turno per le interviste fatte – ovvero quel che dicono gli occhi – e il suo percorso anche se non mi piace la canzone o l’album davvero davverissimo, altre volte tifo perché ho in ballo qualcosa con l’artista di turno e quindi ci tengo particolarmente, altre ancora semplicemente perché mi piace la canzone, da ascoltatrice (e so essere anche distaccata, se voglio). Se mi piace la canzone e voglio bene a chi la canta è il top. Sono un’italiana media che guardava Sanremo da piccola. Sono una giornalista musicale che ci va per lavoro. Su, non raccontiamocela, è la settimana più bella dell’anno .

(Vale quanto detto sui valori della mattinata. Forse.)

 

 

 

 

 

 

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Vale l’ultima riga

La letterina che viene spedita

il colore sbavato su tutte le dita

desideri a incastro in un elenco infinito

oppure indecisi, con sguardo smarrito

Giorno per giorno si vive l’attesa

è la magia che resta sospesa

del periodo più bello per tutti i bambini

che preparan carote, latte e frollini

per Rudolph, le renne e Babbo Natale

e la loro merenda sul davanzale

«Quando arriva Natale, perché manca tanto?»

ripetono in coro, con tono mai stanco.

Dieci giorni poi cinque, poi alla fine uno

Ma Babbo, sia chiaro, non lo vede nessuno

«Rimarrò sveglio, lo aspetterò

e finalmente io lo vedrò»

Ne sono convinti, son determinati,

aspettano i loro regali sognati

Ma Babbo non viene da chi resta sveglio

«Spegni la luce è davvero meglio»

Non resta quindi che chiudere gli occhi

e addormentarsi sognando balocchi

E nel silenzio della Vigilia

pian piano si chiudono tutte le ciglia

che si riaprono all’alba, (volevi dormire?)

corrono i bimbi, han qualcosa da dire:

BUON NATALE!

(di cuore)

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© fotografia scattata meravigliosamente da Lela Porta (non amo pubblicare foto di Star and Lion ma alle persone brave bisogna fare pubblicità. Quindi la faccio. Ho un sacco di foto bellissime, questa non è la più bella, vi assicuro, ma è l’unica in cui ci sono anche io e negli auguri a voi volevo esserci. Ma vedeste le altre! Ah, se volete, Lela le fa anche a voi! Auguriiii)

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L’unico vampiro che accetto rimane il buon vecchio Edward

Un grazie non si nega mai a nessuno ma pare che sia scontato dirlo. La chiamano dimenticanza, non mi è venuto in mente, forse non era poi così importante dirlo. E invece.

I grazie sono importanti. Tanto per parlare sempre per luoghi comuni.

Succede che fin da piccola io sia sempre stata più brava ad ascoltare che a parlare. Ok ultimamente sto sfracassando di parole più o meno tutti, ma credo sia una mia fase e sono la prima ad esserne annoiata, ci terrei a precisarlo.

Invece a quei tempi potevo stare al telefono, su una panchina, di fronte al supermercato o sui gradini della scuola per ore e ore a sentire fiumi di parole e prodigarmi in preziosi consigli. Che magari così preziosi non erano, ma giuro che non ne ho mai dati a caso.

Poi sono diventata grande e ho imparato (#credici) ad allontanare i vampiri energetici. Dicesi vampiro energetico quello che ti prosciuga le tue (preziosissime) energie con racconti, sfoghi, lamentele, alla ricerca di risposte che in realtà ha già, ma vuole solo sentirsi un po’ meno solo, in po’ più capito, un po’ più ‘sto peggio di te quindi ascolta’. Che fosse vero non l’ho mai pensato e se mi avessero chiesto un paio di volte come stavo io, avrei anche avuto qualcosa da dire. Ma.

Succede che sono diventata ancora più grande e la parola è stata spesso sostituita dalle chat, vuoi che in fondo vedo anche molto meno le persone faccia a faccia, non per l’avvento della tecnologia, ci mancherebbe, semplicemente perché non ho più gradini, panchine o muretti del supermercato. Ho sicuramente caffè al mattino e concerti alla sera e una cena al mese di chiacchiere vere, ma insomma, viene più difficile instaurare monologhi. Con l’unica che prosciugo davvero, ma almeno è reciproco e quindi non ho sensi di colpa, riesco ancora a parlare a voce, tutto il resto è chat, tanto Whatsapp. Tolti i vampiri, dicevamo, pare io sia rimasta di indole una persona pressoché disponibile. Che se mi fai una domanda rispondo. E giuro che penso alla risposta. Che anche se non siamo amici ma mi chiedi qualcosa, anche di lavoro, a un certo punto prendo tempo e rispondo (ok, quest’estate al 7 di agosto ho pensato di poter non rispondere subito, che, pensa un po’, anche io ogni tanto vado in vacanza e se mi mandi una proposta, con un link da cliccare e ascoltare, magari penso di dovermi concentrare davvero prima di rispondere e magari non penso di farlo in spiaggia mentre ho le mani in un castello di sabbia di lui e i piedi che fanno il bagno con lei. E allora non ti rispondo all’istante. No, all’8 di agosto mi vien fatto notare che rispondere è buona educazione. Su una chat di Facebook. E manco siamo amici. Vabbè sto divagando. Ma ne avrei almeno altri cinque di esempi così, che io dico, ma CI CONOSCIAMO?). Eppure, nonostante l’arroganza diffusa, perché sì, di questo si parla (ciao, mi dai la mail della redazione visto che tu non puoi aiutarmi anche se ti sei prodigata nel rispondermi almeno tre volte? EH?), io continuo (okok, quando diventa ridicolo sparisco. Sì, maleducatamente). E se mi chiedi, rispondo. Sicura che la condivisione delle informazioni faccia bene a tutti (ringraziamo Justine per aver rinfrescato il concetto), sicura che il confronto a qualcosa porterà sempre, sicura che se magari non ci avevi ancora pensato tu (o io), viene più facile se te lo suggerisco io (o tu).

E va benissimo così, sia chiaro. È anche gratificante pensare che le persone, amici o non, si prendano la briga di chiedere proprio a me un parere, consiglio. Abbiamo tutti bisogno di sentirci importanti per qualcuno, e quando lo siamo davvero, fa bene (ho un ego che ama sentirsi coccolato, tra le altre cose, vi fosse sfuggito). Ma lo siamo davvero?

A volte no, a volte è solo un palese tentativo di semplificarsi la vita, tu che ci sei già passata, lo hai già provato, lo hai già pensato, dimmelo, così so cosa fare, se mi dai un contatto anche meglio. Mi verrebbe meglio se tra una domanda e l’altra ci fossero anche chiacchiere normali, il come stai di cui sopra, il “giuro non sono un vampiro”. Evidentemente è più facile dare per scontato e il grazie te lo dico un’altra volta. In fondo gli amici ci sono nel momento del bisogno, no? Ecco, NO, ricordiamoci che gli amici ci dovrebbero essere anche nei momenti di gioia. O di noia. O sempre insomma. Ma soprattutto quando quei consigli di cui sopra, quei momenti dedicati (perché ve lo giuro, sono dedicati, quando il tempo dai due figli a questa parte è così prezioso) vanno a buon fine. Facciamo così, non mi serve neanche il grazie. Ma almeno DITEMELO. Aggiornatemi su come è finita. Non fatemelo leggere su Facebook. Condividete anche il bello, mica solo le sòle.

A volte invece sì. E lo scopri sempre da Facebook. Ma il grazie lo trovi, su quella stessa chat. E allora, sarà solo questione dello stesso ego da coccolare di cui sopra (non credo), ma fa piacere. Ti dà la sensazione di aver dedicato tempo per qualcuno che hai davvero, anche se in minima parte, aiutato. O magari non è per niente merito tuo, ma ci sei stata, e questo basta. E quindi, questo post che forse tanto senso non ha, se non di sfogo (ma l’ho detto subito che sono in una fase in cui mi annoio da sola di me stessa), finisce con un grazie. E un in bocca al lupo. Perché cacchio, è così facile dirlo.

Grazie, Lu. In bocca al lupo. http://www.ceraunavodka.it/chiusa-una-porta-ci-trovo-dietro-un-nuovo-lavoro/

A tornare indietro si fa sempre in tempo. A buttarsi e provarci, no.

 

PS. E ora, a parte gli scherzi, se avete bisogno son qui :)

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Inside Out mi è piaciuto medio (e ho quasi paura a dirlo)

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Grazie per aver dato un volto alle emozioni. Grazie per averle rese chiare. Anche perché sto lavorando proprio su quello, perché se non voglio ridurmi ad avere una cinquenne che in alcuni momenti diventa ingestibile perché quelle emozioni di cui sopra non le sa  riconoscere quindi figuriamoci gestire, su quello devo lavorare. Eppure. 

Mi sono annoiata. Sì, lo giuro. Gag carine, ma la storia. La storia dopo un po’ diventa ‘ma quando finisce?’. E non l’ho pensato solo io. Lei a un certo punto pensava alla cena che l’aspettava a casa. Lui voleva proprio andarsene, a casa. Ma lui è troppo piccolo per questo film. Errore mio. (Tre anni. Sì ai Minions, qui siamo su un altro livello, il che è un bene. Ma meglio dai cinque in su.)
I personaggi: Tristezza è perfetta. Ma Gioia no. Non solo esteticamente, che abbiamo anche il pupazzo del Carrefour con 12 punti subito raccolti (e elemosinati) dagli altri clienti alle casse, ma non è bellissimissimo (secondo me). Anche caratterialmente. Dopo un po’ più che Gioia, Noia.
Gli altri? Gli altri ci sono, ma avrebbero potuto esserci di più. E ho capito benissimo dove avete pianto. Eppure io no. Sì, ‘na lacrimuccia, ma non i singhiozzi di cui sto leggendo. E allora forse son senza cuore io e non è un problema del film.
Non so se è perché quando si urla al capolavoro forse arrivo con troppe aspettative che rovinano l’effetto wow. Non so se perchè semplicemente non è così bello come dicono.
Tornerei a vederlo? Sì subito, ci mancherebbe. Pixar I love and I always will.Però il pensiero di aver speso invece di essere andata alla prima che ho saltato, l’ho fatto. E non è mai bene pensare ai soldi. Ok, io penso spesso ai soldi, anche questo dovrei considerarlo.
Quindi. Rimane l’opera di geGNI che han messo in scena il “dentro la testa” con tanta poesia, colore e chiarezza per i bimbi in sala. Rimane l’opera di GEGNI che si sono ricordati anche del subconscio e han mostrato come il cervello di un bebè non sia quello di una dodicenne, chissà il nostro. Han mostrato le emozioni. Ed è tanto.
Ma Inside Out mi è piaciuto mEdio, con la E aperta, come dice lei. Lo dico anche io (sì sì, ho paura di dirlo).
E ieri sera, post visione, quando è arrivata la rabbia (oh, perché ne arriva un sacco in questo periodo), ci siam trovati comunque a urlare nella scatola (Che rabbia! Babalibri). Perché ora sappiamo che faccia ha, ma per affrontarla usiamo i vecchi metodi.
E se c’è Gioia, comunque, cantiamo ancora Let it go.
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Te la ricordi la scuola elementare?

I vasetti, che ci mettevamo il cotone e nascevano piante.

Il cortile, che ci facevamo la zuppa coi vermi.

Il pullman, che c’era un ragazzo che ci portava a scuola. Anche se era a dieci minuti a piedi da casa, ma in mezzo c’era il vialone.

Le scale, su e giù, giù e su. E i bagni in fondo, dove ci guardavamo le mutande.

L’intervallo, che lo dovevamo fare in classe, perché eravamo l’unica classe a fare il tempo normale, ma in giardino ci andavano quelli del tempo pieno. (eh?)

Il sussidiario, che aveva un odore buonissimo .

I mini pony, che c’era sempre (e ci sarà sempre) qualcuno ad averne di più.

L’esame di quinta, che a sbagliare l’ultima riga dell’operazione si inizia da piccoli.

La recita di carnevale, che “Buon giorno Arlecchino, qual buon vento? Vento di bufera, caro Pulcinella”.

Le amiche, che sembra incredibile, ma alcune sono ancora qui.

I quaderni, con la descrizione di una torta che poteva durare due pagine.

La maestra, con il suo grembiule arancione, i capelli bianchi, l’aria severa. E tanta tanta voglia di insegnarci bene.

Buon inizio, domani. Non hai ancora sei anni, ma entro fine dicembre ti prometto li avrai. Goditi l’emozione «Sono emozionata per domani», goditi l’inizio. Non so se te lo ricorderai, io non me lo ricordo. Ma mi ricordo il grembiule. Il tuo è blu, l’ho riempito di stelle, indossalo e vai. E quel che sarà sarà. (Certo certo, sperando che ci siano brave maestre -sto consumando lo spazio dell’esprimi un desiderio da qui al 2020-, bei compagni, nuove amicizie, divertimento e voglia di imparare e bla bla bla. Il meglio lo speriamo tutti, se no che genitori saremmo. Ma tu vivi, non badare a noi. Andrà bene.)

PS: si ringrazia DI CUORE la scuola senza zaino – che speriamo sia buona davvero e di nuovo bla bla bla- per avermi evitato l’etichettamento di tutte le matite e materiale scolastico, l’acquisto di astuccio e zaino e probabilmente altre svariate amenità che la scuola normale propone e che una madre poco organizzata come la sottoscritta avrebbe vissuto con enorme stress. Appurato che la scuola ha un metodo adatto a me, ora non resta che vedere se è un metodo adatto anche a te).

Buona scuola

 

 

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Settembre, andiamo

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E dove andiamo? (nelle risposte non sono previsti torpiloqui, grazie)

Andiamo a diventare grandi. Tu alla materna, tu alla scuola elementare. Tu con uno zaino in spalla, con un ciuccio, un pupazzo e ai piedi un paio di scarpe da basket perché sei un campione, Tu senza lo zaino, con un grembiule e ai piedi qualcosa con le paillettes, perché i dettagli sono importanti (e magari il primo giorno, con ali e corona, non è il caso)

Andiamo al lavoro. In un nuovo ufficio. Perché la nuova vita è ormai iniziata da qualche mese, ma c’era in ballo anche un trasloco. E lunedì è ora di farlo. (Di me e di quanto amo i cambiamenti, orsù).

Andiamo a far buoni propositi. Perché è settembre. Ci sono quelli che non li fanno mai, quelli che li fanno a gennaio, e tanti di noi che li fanno a settembre. Ecché io no? Il più grande si chiama ordine. Dentro, fuori, di fianco. Dove volete. Credo sia l’unica cosa che mi serva, per ora. Ordine, permettendomi di fare disordine. E tutto potrebbe diventare più facile. (Avere mille buoni propositi, di cui il più importante poco chiaro, mi sembra un buon punto di partenza per vivere un nuovo anno più incasinata del solito. Daje)

Andiamo a ricordare. Perché ok pensare al futuro, ma anche non perdere il passato male non fa. E qui si parla di persone da portar sempre con sé, ne abbiamo tutti, no?

Andiamo a darci pace. Tanto la vita perfetta, con tutto al posto giusto, c’è solo nei nostri desideri. ‘Sta rincorsa a non si sa bene cosa non porta a nulla. Avere nuovi sogni e desideri fa sempre bene, ma continuare a pensare a “E se”, su scelte già prese, ha rotto. Ormai è fatta, continuiamo, tranquillizziamoci, cerchiamo di vivere al meglio quello che abbiamo, perchè diomio, lo abbiamo. E non serve neanche guardare la cronaca per capirlo davvero. Tanto non potremo mai avere tutto e quel che abbiamo (ok ok nella maggior parte dei casi non generalizziamo bla bla), VE LO GIURO, è abbastanza forse di più. Tanto vale.

Andiamo a sorridere. Basta ‘sti musi. Dei sogni di cui sopra, coltiviamoli e sorridiamo. Perché ormai abbiamo capito che a un certo punto si realizzano. E se fosse tutto e subito non sarebbe neanche così bello. Ecco, quest’ultima parte andiamo a insegnarla anche a quelli bassi di casa, già che siamo qui.

Andiamo a scrivere. Tanto. Di nuovo. Sempre. Per noi, per loro, guarda in su guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu. E se scrivi per lavoro tutto il giorno, non è detto che non ci siano altre parole da scrivere, dopo. Ritrovale. Ritroviamole.

Andiamo a dire andiamo. Perché fermi non sappiamo stare. E alla fine va bene così.

Il mio settembre è bello chiaro. Ottobre quasi un po’. E se tengo un po’ di quel che ho capito ad agosto, fan già tre mesi su 12. Siam già a buon punto. Del fatto che io parli al plurale non me ne preoccuperò.

Quindi buon anno. Love is the answer, tanto per continuar di luoghi comuni. Ma è la vera verità.

PS. Ah. Andiamo anche a dormire. Che il riposo è davvero troppo sottovalutato.

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#ioleggoTopolinoperché. E tu?

#ioleggoTopolinoperché è un’estate qualsiasi di quando sono piccola e ci sono i bambini che sono quelli come me che fanno i mercatini sul marciapiede e vendono copie usate e sgualcite, come le mie. A cinquanta lire. Forse meno (esisteva meno? Non me lo ricordo più). E nessuno li comprava. Tranne quelli come me.

#ioleggoTopolinoperché è un giorno della settimana qualunque e sto andando in edicola e ho appena finito un album delle figurine (sì, ho bevuto anche litri di latte con lo Sprint per avere le figu argentate di Creamy, quelle speciali) e scelgo cosa comprare. E ho voglia di leggere le storie di paperi e topi. Trovando l’ultimo pezzo del deposito di Zio Paperone. E mi sdraio sul letto e lo leggo tutto. Piano. Perché non so ancora andare veloce.

#ioleggoTopolinoperché è un’altra estate qualunque, ma questa volta sono in spiaggia e sento l’odore del mare mentre sciabatto alzando la sabbia verso l’ombrellone. Ed è presto, i miei amici non sono ancora arrivati, loro fanno il bagno tre o forse mille ore dopo la merenda. Io mi tuffo. E mi asciugo sotto al l’ombrellone sfogliando le pagine e inumidendole un po’. Tanto poi si asciugano. Il giornale diventa solo un po’ più gonfio.

#ioleggoTopolinoperché sono diventata grande e non lo so cosa voglio fare, o meglio sì, voglio scrivere, ma cosa ancora non lo so. E vado per caso a un corso di fumetto dell’Università. Anche se l’esame l’ho già dato. E trovo uno sceneggiatore che mi racconta che esiste un lavoro che si chiama “scrivere storie per Topolino”. E io sì, voglio fare proprio quello.

#ioleggotopolinoperché sono anni bellissimi, di lavoro cerco le idee e invento le storie, le appunto sul quadernino prima di andare a dormire, le scrivo, le riscrivo, le vedo arrivare in pagina, con disegni meravigliosi. Di lavoro scrivo quindi, ma mica tutto il giorno. Perché le idee le devo cercare anche fuori e allora vuoi non stare tre ore al parco con il cane, a guardare le persone, mentre le rotelle girano? E esce la mia prima storia e sembra una festa. E vado ai meeting della Disney, che sono tre giorni in cui ci portano via, tutti insieme, a fare ‘gruppo’. Ti senti una famiglia, ti senti parte di qualcosa. Pure un po’ importante. Insieme alle persone che poi mi insegneranno tutto e saranno con me anche quando cambierò ‘famiglia’.

#ioleggoTopolinoperché le storie non le voglio scrivere più, meglio se le torno a leggere. Ma sono parte di me. E il giornale è parte di me. E allora sto lo stesso in quelle pagine, nel modo in cui mi viene meglio, con quello che alla fine voglio davvero scrivere e che è proprio il direttore a darmi l’aiutino per capirlo. O forse solo per accettarlo. E scrivo interviste pensando a come metterle in pagina, tra disegni bellissimi e risate. E viaggi a Sanremo (e questo già sarebbe abbastanza, come motivazione, no?)

#ioleggoTopolinoperché magari c’è chi pensa che in fondo ‘è solo Topolino’. E poi invece c’è chi ti chiede di poter entrare nel giornale. Che a quell’intervista ci tiene davvero tantissimo. E vado a un concerto e sulla frase ‘perché mi hanno regalato un sogno’ vedo la copertina su un megaschermo di San Siro e penso che ‘wow è proprio una figata’.

#ioleggoTopolinoperché se tutto va bene per il mio compleanno mi regalo l’intervista che più voglio quest’anno. O forse no. Ma in ogni caso ne arriveranno altre e altre ancora, in mezzo a quelle pagine di storie che non sono più solo storie ma anche pezzi di vita delle persone che conosco, perché in ognuna di esse c’è un pezzo di loro. E quando le leggo sono un po’ ancora bambina, sono quel che sono ora, sono quello che sarò.

#ioleggoTopolinoperché non sono capace di smettere. E sono certa che questo sia solo un bene.

E tu? Lo hai letto o lo leggi? Per tutto luglio c’è la campagna su Twitter con l’hashtag che ho usato qui. Ti va di raccontare perché?

 

PS: segue selezione random e casuale di fotine. L’hashtag in questo caso è #illavoropiùbellodelmondo #ciaone


 

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I miei limiti

Se cambio vita ci metto un po’ ad abituarmi. Forse come tutti. Forse prima. Forse dopo. Il limite è non conoscersi abbastanza da sapere che cosa mi farà bene o cosa male. Lo supero provando. Poi si vedrà. (Ho cambiato vita, ci sto mettendo un po’)

Se devo fare una cosa che non mi piace mi spengo. Il limite è che non sempre si può fare quello che piace, ma ci si può provare. Lo supero mettendocela tutta (no, non su quello che non mi piace, ma sul tentare di farlo diventare qualcosa che mi piace. Ah il potere dei desideri, quante cose si avverano).

Se devo fare una commissione noiosa la rimando fino all’ultimo. Il limite è che poi devo sempre correre. Lo supero cercando almeno una volta al giorno di fare qualcosa subito. Non alla fine (sì, nella definizione commissioni noiose rientrano tante cose, quindi c’è sempre qualcosa che posso fare prima e qualcosa che posso rimandare fino all’ultimo. O spostare a domani. Tipo chi ha bisogno di prelevare al bancomat, si vive anche di monetine, no?)

Se ho un problema mi ci arrovello fino alla nausea. Il limite è che non sempre lo risolvo. E consumo tutte le energie. Lo supero evitandolo, quando proprio non c’è soluzione (oh sì, sono la regina dell’evitamento).

Se devo fare una telefonata (qualsiasi, a chiunque che non siano nella mia cerchia più stretta) rimando, non mi va, non sono una da telefono. Il limite è che sono ancora timida, nonostante faccia finta di no. Lo supero mandando una mail. Un messaggio. Un whatsapp. Ringraziandone i vari inventori.

Se devo prendere un volo scelgo un volo diretto. Il limite è che non ho più (quasi) paura di volare, non mi drogo, parto (quasi) serena. Se però il volo diretto viene cancellato e mi metti uno scalo a Fiumicino per andare a Vienna allora vado in panico. E mi torna la paura, due decolli io non ce la faccio (ma anche la pigrizia, se posso arrivarci in un’ora e mezza perché devo mettercene sei?). Lo supero diventando più povera e spendendo di più per comprare un altro volo diretto. Anzi, lo supero mandando Alitalia affanculo, promettendomi che non ci volerò più. E già che ci sono, lo consiglio anche a voi.

Ho milioni di limiti. Ma altrettanta voglia di superarli. A modo mio.

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Quando non va tutto bene

Quando non va tutto bene a noi “grandi”, bene o male, sappiamo cavarcela. Ci fermiamo (o anche no), cerchiamo di capire l’origine del problema, se possibile lo estirpiamo, oppure impariamo a convinverci. Facile, no? (No. Ma ci siamo capiti).

Quando non va tutto bene a loro “piccoli”, io sono a rischio cortocircuito. Causato dalla parte di me non ansiosa, che è anche quella che si riempie di cose da fare, e diventa quindi pure un po’ pigra perché tanto tutto passa, non datemi altri impegni, che tende a sottovalutare, lasciar correre, aspettare, rimanere serena. E quella ansiosa, che è invece quella che vorrebbe capire immediatamente che cosa c’è che non va, risolvere, quella che si preoccupa e tira fuori tutta l’ipocondria neanche troppo celata, googlando la qualunque.

Molto bene.

Stellina ha cinque anni. Da un paio di settimane, facciamo che sono diventati anche venti giorni, va in bagno a fare pipì ogni tre minuti. O meglio. La prima settimana, tornata dall’asilo, iniziava a correre in bagno ogni tre minuti (ma tre davvero, non per modo di dire), per finire nel dopocena sul water, fissa, anche per un’ora di seguito, tanto da metterle il cuscino dietro la schiena e permetterle di addormentarsi lì, perché non voleva più alzarsi, perché le scappava. Chiamato il pediatra, fatti gli esami di rito, abbiamo visto che è tutto ok: “lo scienziato ha detto che è tutto a posto e devi solo avere un po’ di pazienza”, e così credo si sia tranquillizzata. A poco a poco i tre minuti sono diventati dieci, ma di fatto, siamo ancora in ballo. Succede più spesso di sera, credo perché più stanca. In realtà non lo so. (No, di notte dorme).

Google dice che capita. Che spesso le bimbe, che spesso a cinque anni, vivono questo momento che può durare anche tre o quattro settimane. Che è una manifestazione di stress, di ansia.

Il pediatra dice che anche per lui è ansia, ma intanto mettiamoci su una cremina per la candida, che male non fa, ma se tra un paio di settimane è ancora così ci manda tutti dallo psicologo.

Io per metà dico che passa, che è perché si sta parlando tanto di scuola elementare, perché è morta la cara e vecchia zia, perché lei è sensibile e vive ogni cambiamento fino in fondo (qualcuno mi dica come costruirle una corazza). Per metà ho paura del diabete. (Sì, oggi ritelefono al pediatra).

Tutto bene insomma eh?  Volevo dirvelo (anche perché non servono anche allo scambio di esperienze, i blog? Se qualcuno ha da parlare, lo faccia, grazie).

Ah, ovviamente penso che sto sbagliando tutto, ve l'ho detto? Ciao.

 

 

 

 

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